Jacopo Petrucci
Descrizione del Concerto
Recital pianistico dedicato al repertorio impressionista e contemporaneo, con particolare attenzione alle atmosfere debussyane e alle sonorità del XX secolo.
Programma
C. Debussy
Deux Arabesques L. 66
C. Debussy
Images I
G. Rubeo
Perpetuum mobile (prima assoluta)
I. Albéniz
El Albaicín
B. Bartók
Sonata Sz. 80
Gli Artisti
La musica è sempre in moto perpetuo: il pianoforte e le sue evoluzioni tra il Novecento e la musica di oggi
A dialogo con Jacopo Petrucci. Intervista a cura di Valerio Sebastiani
Il programma che hai scelto e in cui sarai impegnato per il concerto di questo secondo appuntamento di Suoni Oltre Confine, è una galleria novecentesca con dei veri e propri pezzi da novanta del pianismo Europeo. Inizierei da Debussy, di cui proponi una celebre composizione giovanile Deux Arabesques del 1888 e i più avanzati quadri della prima serie di Images (1905-1908). Entrambe le composizioni giocano, oltre che con un raffinato virtuosismo pianistico, con il concetto di immagine trasposta in musica. Come?
Ho scelto di iniziare con Debussy perché lui apre le porte del modernismo alla musica. Mentre in Russia la porta è stata letteralmente sfondata da Stravinskij partendo dalle tradizioni folcloriche, con sonorità molto pungenti, Debussy fa una rivoluzione "gentile", in silenzio, dove il silenzio è parte costitutiva della musica. Il suo "parlare per immagini" secondo me si ottiene attraverso allusioni. Ciò che trovo affascinante in Debussy è che non procede mai per immagini didascaliche, troppo definite, ma con suggerimenti molto raffinati. È tutto molto sfaccettato e qualunque successione di note può creare tantissime immagini diverse, anche in campi semantici opposti. Basta vedere i Deux Arabesques, dove l'idea generativa è l'arabesco, la decorazione, ma la resa in musica, con tutte le emozioni che ne derivano, è molto differenziata. In Images è interessante vedere come Debussy si rivolga alla tradizione musicale francese, con l'omaggio a Rameau del secondo pezzo di Images, che integra gli stilemi del barocco francese in un'atmosfera innovativa.
È noto l'entusiasmo che i compositori del Secondo Novecento nutrivano nei confronti di Claude Debussy. Cito Pierre Boulez per esempio: «Estampes (1903), Masques e L'isle joyeuse (1904), i due quaderni di Images (1905-908) segnano la pienezza di una certa forma della scrittura pianistica in Debussy (…). Periodo estremamente brillante nell'evoluzione del compositore: non superò mai più quell'utilizzazione delle risorse del pianoforte, quell'impiego specifico del suo timbro e del colore. Con questa serie di raccolte inaugurò una nuova maniera di scrivere per lo strumento (…). Queste serie di pezzi per pianoforte, scritte fra il 1902 e il 1908, sono dei monumenti della letteratura pianistica: è inconcepibile che un compositore non ne tenga conto né che un pianista non si procuri la tecnica esemplare che essi esigono». Tu che sei un giovane compositore, oltre che pianista, cosa ravvedi nelle pagine pianistiche di Debussy?
È un punto di confronto continuo per chi accetti la sfida di scrivere per pianoforte – e lo dico appunto da pianista e da compositore! Ritengo che scrivere per pianoforte sia una sfida molto coinvolgente, proprio perché c'è una letteratura legata al modernismo del Novecento che ha un peso molto imponente. Debussy è proprio uno di quei autori che si sono spinti più in avanti per evolvere le possibilità timbriche del pianoforte ed esplorare tutti i limiti dello strumento. Basta vedere l'ultimo dei tre pezzi di Images I, Mouvement, con il suo vertiginoso moto perpetuo che, nonostante il senso di continua metamorfosi sonora, crea una sorta di stasi e di atmosfera sospesa...
Dato che hai nominato il moto perpetuo non si può non pensare alla prima assoluta di un giovanissimo compositore italiano, Gabriele Rubeo, che eseguirai questa sera: il suo Perpetuum Mobile. Esatto! L'inserimento del brano di Gabriele in questi punto non è assolutamente casuale. Innanzitutto per le sue qualità timbriche, che si avvicinano man mano che il brano procede, sempre di più a caratteristiche orchestrali, con sonorità molto sfaccettate. Questa è una qualità generale dell'intero programma della serata: in Debussy si sentono sonorità relative agli strumenti ad arco, alle percussioni indonesiane, al Gamelan ovviamente, mentre in Albéniz possiamo riscontrare un tipo di suono che ricorda molto il pizzicato delle chitarre e, ovviamente, in Bartók c'è tutto l'armamentario delle percussioni con tutta la loro imponenza. Il pubblico che sarà venuto ad ascoltare un concerto per pianoforte solo rimarrà sicuramente sconcertato!
Torniamo ai tempi di Debussy, con la Suite per pianoforte Iberia, composta dallo spagnolo Isaac Albéniz, di cui tu suonerai il primo brano del Libro 3, El Albaicin, un affresco sonoro, notturno, del quartiere gitano di Granada. Cosa trovi di affascinante in questo brano? La musica di Albéniz colpisce molto per la sua capacità di essere permeabile a diverse esperienze musicali. Si respira il modernismo d'avanguardia della Parigi dei primi del Novecento, ma anche un'adesione molto intima con le sonorità del suo paese di provenienza, la Spagna. Albéniz è un maestro nel far convivere queste diverse anime della sua personalità, innovazione e spirito folcloristico, e nel creare questi affreschi sonori che al tempo furono una vera e propria ventata di novità per la musica occidentale.
L'elemento folcloristico che si può ravvedere in Albéniz, è palese anche in Bartók e nella sua Sonata per pianoforte scritta nel 1926, un anno molto ricco per la produzione pianistica bartókiana. È curioso l'impiego della forma romantica della Sonata, rievocata all'interno di un linguaggio pienamente all'avanguardia. Come si trasforma sotto le mani di Bartók questa memoria di tradizione europea? La scrittura pianistica di Bartók in questo brano è portata così alle estreme conseguenze che della forma Sonata, quindi tutto il suo apparato di elaborazione e sviluppo motivico, non rimane che uno scheletro. Oltre alla tradizione musicale ungherese, su cui la Sonata sicuramente è strutturata, si percepisce un generale senso di desolazione che deriva dall'esperienza della Prima guerra mondiale terminata da pochi anni e che è un anticipo spettrale dei grandi stravolgimenti che l'Europa avrebbe vissuto di lì a poco.
Libri che suonano: consigli di lettura
Su Debussy
- * Enzo Restagno, Claude Debussy. Ovunque lontano dal mondo, Milano, il Saggiatore, 2021
Su Albéniz
- * Walter Aaron Clark, Isaac Albéniz: Portrait of a Romantic, Oxford, Oxford University Press, 1999
Su Bartók
- * Massimo Mila, L'arte di Béla Bartók, Torino, Einaudi, 1997
- * Maria Grazia Sità, Béla Bartók, Palermo, L'Epos, 2008
Sul Novecento musicale
- * Alex Ross, Il resto è rumore. Ascoltando il XX secolo, Milano, Bompiani, 2007 (ultima ed. 2023)